Veli e nuvole di luce nelle tende di Gabriele Mattera
I passi si perdono in quel budello che, ovattato di calce viva, rimanda un cadenzato suono scalpicciato, eufonicamente armonizzato con la volte a botte; il bugnato, con spuntoni di pietra rachitica, offre appigli agli occhi che si arrampicano su; la luce viene quasi risucchiata nel treno onfalosauro, dopo essere filtrata per feritoie e prese d’aria, distribuite regolarmente lungo la corsa. La ferita nella roccia, prima di aprirsi completamente al cielo, si distende su di una gradiata bassa e lunga, frenando il salto verso l’alto, per poi inchiocciolarsi di nuovo in attesa di rivedere il cielo.
Erano gli anni del liceo e di primaverili, rituali venerdì – guidati in visita al Castello e a quegli anni era legato il ricordo di qualcosa di bello però in disfacimento, con la regressione del segno dell’uomo e l’avanzare pervicace di erbacce e di una vegetazione arbustiva spontanea quanto diffusamente radicata che ricopriva, occultandoli, i camminamenti adusi.
Diversa oggi la passeggiata, curata e restituita al visitatore, dopo un attento, fedele ripristino dei luoghi.
La perizia del restauro rende ancora più godibile l’andare e più perentoria la parola del passato.
Un intervento conservativo, privo di ogni retorica ed essenzialmente e scrupolosamente rispettosa dell’identità storica del Castello.
Gabriele Mattera ci aspetta sulla piazzetta-sagrato della Chiesetta dell’Immacolata, confuso tra silenziosa, ordinata presenza di visitatori domenicali che cercano di catturare, con le loro sofisticate video-apparecchiature, angoli suggestivi e persistenti odori primaverili.
Massimo Ielasi e Gennaro Zivelli mi accompagnano in questa visita, per poter dettagliare tempi e modalità della esposizione dei lavori di Gabriele Mattera. Una mostra articolate in tre momenti (Villa Arbusto, Museo Torrione, Galleria Ielasi) per festeggiare i 60 anni dell’artista ischitano.
È la prima volta che metto piede nello studio di Gabriele Mattera e subito mi colpisce la conventuale essenzialità dell’arredo. Tutto ciò che si vede è strettamente finalizzato all’attività del dipingere, senza altre indulgenze o divagazioni. Non mi sorprende la bellezza architettonica dell’ambiente: una mezza botte tutta bianca, con finestre che guardano sul «borgo» di Ischia Ponte, piena di una luce silenziosa come la distesa del mare sottostante che respira nella risacca seminascosta da una fumosa, sospesa umidità che il sole del primo mattino fatica a fugare.
E, è fuor di metafora, sempre maieuticamente suggestivo, l’accostamento di kafkiana memoria. Quanto il Castello abbia inciso sulla pittura di Mattera e quanto il pittore reagisca, se mai lo voglia, per affrancarsi da questa identità strutturale, rappresenta il momento propedeutico per ogni tipo di analisi e di lettura del suo lavoro.
Si esce dal vizio in premessa, solo accettando l’evidente circolarità dell’assioma.
Ed è lo stesso Mattera a parlare della sua infanzia, della sua adolescenza maturata in un ambiente particolare fatto di vecchie, dirute chiese; case antiche con ampi spazi silenziosi e mura altissime; cripte oscure, cimiteri con scheletri di suore; occhiaie vuote e mute di finestre senza infissi.
Il colore quindi predominante del vecchio pergamenato, il fischio del vento, confuso al rumore del mare, tra le fessure di ambienti scoperchiati con strane ossature di travi secolari.
Un’atmosfera pregna di suggestioni e di suggerimenti…
Lavorando in disparte, quasi isolato, Mattera vuol prendere di più dalla pittura. Sensibile sia al colore che alla forma, egli coniuga l’un l’altra in una espressività possente, modulata sui ritmi ed i tempi di una lunga ricerca.
Molte tele di grandi dimensioni sono addossate alle pareti, con la faccia rivolta verso il muro. Le sfiliamo per poterle guardare: tele, tese, tende. Destinazione prossima: Villa Arbusto.
«… Luogo, dunque, di rivelazione della pittura, questo che la tenda esibisce in proprio, quasi come esposizione di un dilatato frammento di pelle, di un lembo palpitante di chissà quale tessuto-placenta o sudario- dove il colore può mostrarsi con la più straordinaria e libera bellezza fenomenica,: dolcemente impastato, in una tessitura di pennellate fitte e sottili che gli donano seriche morbidezze, palpitante ed energetico, irritato e sconvolto da un ductus di violenta gestualità; poi compatto e stratificato in densi spessori matrici o, al contrario, madido di umori e così intenerito nelle fibre da disfarsi in liquescenze e colature; un colore superbo e duttile nella gamma dei rossi, dispiegato dalla accesa, rutilante veemenza dei vermigli, alla morbida sensualità dei carnicini; misterioso nella varietà degli azzurri, di quegli abbagliati di luce e sbiancati nell’ombra; tripudiate nel rimescolio dei bianchi attraversati dai riflessi di mille colori, leggeri e impalpabili, come veli d’ombra nella luce». (Vitaliano Corbi)
Sul tavolo due cartelle di acquerelli, di studi, di bozzetti che mi portano per mano a ricostruire l’anatomia, i momenti che si ritrovano assemblati poi nella stesura finale.
La prima cosa che mi colpisce in questi lavori, datati ’88-’89, è la luce; una luce intensa, senza risparmio d’energie.
Subito dopo, fatto non meno rilevante, un timido recupero della figurazione. Dicevo la luce, elemento topico dell’insularità, e non meraviglia, trovarla in Mattera.
Ciò che è invece degno di nota, è come l’artista sia riuscito a catturarla senza snaturarne i valori, ma ancor più, rendendola in tutta la sua generosa panoramicità, fa sì che mai degeneri in luminosità.
A proposito di questa luce, nume tutelare del mondo mediterraneo, Eduardo Bargheer diceva – ... Ben presto avevo capito la legge; dove c’è molta acqua, c’è pure molta luce. Più tardi capii anche la legge che regola le interruzioni tra cielo, acqua e terra.
Le forme delle nuvole che solcano il cielo sul mare del Nord si ripetono nelle onde e, allo stato solido, nelle colline delle dune. Nel Mediterraneo ritrovai, aumentata al massimo, la luce del mar del Nord.
Non una luce amena, come credono coloro che parlano di «cielo azzurro». No! Qui la luce diventa un demone che da un lato unisce estremi diametralmente opposti e dall’altro distrugge tutti i colori locali a vantaggio di un nuovo medium, sicché l’artista che si arrischia ad esprimere il paesaggio illuminato da questa luce abbagliante deve cercare e inventare nuovi mezzi di espressione che non hanno più nulla a che fare con il mondo oggettivo ci circonda – .
In Gabriele Mattera è presente questa risultante, espressività fatta luce: luce che attingi in tutte le sue tonalità timbriche e ti accompagnano leitmotivamente nella lettura del suo lavoro.
Il tema delle «tende», protagonista – come ricordavamo – di una solida teoria di olii, viene anche negli acquerelli sviluppato, in una dimensione cromatica che perde ogni legame con la realtà, sino appunto a configurare un voluttuoso, direi mistico linguaggio espressivo.
Il panno pesante perde la sua fisicità materia e svolazza, in modo controllato, disegnando pieghe e volute, su di uno sfondo essenzialmente monocromo (la pelle del Castello), suggerendo un effetto prospettico col semplice accostamento di due coraggiose bande orizzontali, pennellate di colore dai toni caldi e sinuosi.
Un panno-tenda, in fieri, à casa, vela, nuvola, bandiera che il vento gonfia e alimenta; sudario dentro il quale vedi avvolti corpi; dettagli occhi, mani, piedi, gambe, muscoli e nervi. La tenda vive in simbiosi con l’uomo e questa intima, placentare comunione, fa si che l’uomo trasmuti in tenda; tenda che principia dai suoi piedi e si sviluppa nella sua pelle e, nel contempo, è la stessa tenda, con i suoi supporti, con le sue voluttuose spire, colore a farsi forma umana.
Il segno è deciso nel racconto, mentre stigmatizza, delimita gli spazi pur suggerendo una profondità che fa decollare l’intera composizione.
Timido recupero della figurazione che non va inteso, interpretato come nostalgia (biologicamente ciclica nei ritorni dell’animo) ma come necessità intima di finalizzare il discorso, riferirlo ad una connotazione dimensionata e segnata. Un ritorno per ritrovarsi, non per cercare le stesse cose, il già visto ma per proporre nuovi itinerari in proposizioni emotivamente più libere.
Le paure, le inibizioni, le angosce cosi drammaticamente densate in esperienze pittoriche precedenti, vengono qui sfumate, esorcizzate attraverso una operazione apotropaica, di rigetto: una rivisitazione sì, ma filtrata, visivamente attenuata nella patina-tenda rossa che gronda glutine e sangue, mentre nel leggero movimento del panno soffia un’aria affollata da presenze silenziose che un tempo ebbero voce, mentre ora sono mute.
È solo la pelle del Castello Aragonese, pachiderma pergamenato, che racconta la sua storia, affida la sua memoria ad altri, per rifugiarsi alfine nel sogno e rimuovere nell’onirico i suoi drammatici trascorsi che vorrebbe non visti, non uditi, mai chiamati.