Gabriele Mattera
Guardando quei corpi di bagnanti che Gabriele Mattera ha ritratto nei suoi olii e nelle sue splendide chine, la mente corre subito alle parole ormai terribilmente usurate che quotidianamente si scrivono nel tentativo di esplorare il disagio che ci avvolge; e non possiamo fare a meno di pensare che le immagini di questo artista così appartato e discreto, così lontano dai rumori di una critica spesso fastidiosamente ciarliera, appaiono ben più efficaci di tanti scritti nell’aiutarci a gettare uno sguardo profondo e disincantato sul mondo nel quale viviamo oppressi dall’aridità, dal confondersi e dall’involgarirsi delle fisionomie individuali, minacciati dall’incalzare dell’inautentico.
Nella sua grafica il segno, sicuro ed essenziale, estremamente raffinato pur senza alcun compiacimento estetizzante, rende in modo straordinario gesti e atteggiamenti di uomini e donne colti da un occhio che riesce a penetrare oltre la superficie dell’abitudine quotidiana per scrutare la caduta delle tensioni vitali, il vuoto interiore, l’incapacità di stabilire rapporti umani autentici.
Il silenzio avvolge queste figure che sembrano ripiegarsi, pur nei gesti e nelle pose più semplici ed abituali, sul proprio malessere; in qualche disegno possiamo, al massimo, immaginare qualche scambio di frasi smozzicate ed inutili, parole che galleggiano nell’aria come scarti inservibili.
Negli olii, indolenti figure si aggirano o si distendono, impigrite, fiacche, come smemorate in una loro strana fissità, su spiagge trasformate in lande beckettiane da un cromatismo teso ed inquietante che fa emergere i corpi in una luce opprimente.
Non sembra esserci, nel mondo che Mattera ci presenta con questi «bagnanti», speranza di salvezza; ma niente è più estraneo alla personalità di questo artista che il compiacersi del negativo, del vuoto, dello sfacelo, tipico dell’apocalittico dell’occasione; il suo segno nasce improntato da un pessimismo profondo, ma fermo e severo che, alimento la rimeditazione attenta delle possibilità espressive e i continui approfondimenti tematici, lo avvicina, forse unico tra gli artisti isolani viventi, al livello dei grandi artisti europei che hanno più acutamente testimoniato la crisi della nostra epoca.