Gabriele Mattera - 0pere
Kunstmuseum - Berna
07/08/1990 - 23/09/1990
Le Tende di Gabriele Mattera
Hans Christoph von Tavel
mercoledì 1 agosto 1990
LE TENDE DI GABRIELE MATTERA
di Hans Christoph von Travel
Le ‘tende’ di Mattera non sono momenti di passaggio nell’opera di un’artista, ma la quintessenza dell’arte di un sessantenne. Dalla fine del 1986 egli lavora per così dire senza eccezioni a questo motivo. A chi si trovi nel suo atelier i quadri sparsi qua e là e quelli appena cominciati rivelano che l’interesse per le «tende» non si è ancora esaurito.
I traduttori del testo di Vitaliano Corbi hanno tradotto la parola «tende», con cui Mattera designa i suoi quadri, con ‘Zelte’. Ma questo vocabolo dà un’idea imprecisa di ciò che «tende» sta ad indicare. In tedesco con il termine ‘Zelt’ si intende ciò che protegge coprendo, sia esso la capanna di un indigeno o la tenda di un girovago che lo ripara dal freddo, dalla pioggia o dalla neve; quando un tedesco parla di «volta celeste» (letteralmente ‘tenda celeste’, n.d. T.), intende il cielo aperto e limpido, sotto il quale si sente beato e protetto.
Le ‘tende’ di Mattera sono invece dei panni stesi tra pali fissati per terra, o quelli che offrono al bagnante sulla spiaggia schermo agli sguardi indiscreti, e che tutt’al più riparano dal vento o dal sole cocente. La ‘costruzione’ con la quale i panni vengono stesi è improvvisata, per così dire ‘estemporanea’: tende sbattono al vento prima di esserne travolte, e prima che i pali vengano meno alla loro funzione e cadano per terra.
Nelle ‘tende’ di Mattera risplende l’arte della pittura.
Guardarsi intorno nel suo atelier o in una sua mostra è come immergersi subito nella luce e nel colore. Corbi cita in proposito Moranti. E certamente non c’è pittore che sia più vicino a Mattera di Moranti. Ma mentre Moranti concentra con incredibile densità luce e colore sui gruppi di figure delle sue nature morte, quasi sempre di piccolo formato, Mattera si realizza piuttosto nel formato grande. Sebbene egli faccia anche numerose «tende» piccole, nonché acquerelli e disegni, ci sembra tuttavia che trovi il suo linguaggio essenziale nelle tende grandi. Perché solo lì luce e colore possono dilatarsi in spazi – oggetto della ricerca di Mattera –, spazi all’aperto ampi, profondi e infiniti, mentre Moranti cerca invece di penetrare i segreti dello spazio negli interni, tra gli oggetti.
Mattera vive ancora oggi nel luogo dove è nato, nel Castello Aragonese che sorge su di uno scoglio inaccessibile di fronte al piccolo villaggio di pescatori di Ischia Ponte e che domina l’intera baia. Ischia: un’isola vulcanica del golfo di Napoli, dove si parla il tedesco quanto l’italiano.
In un quaderno di appunti di Mattera si legge la descrizione che egli fa della propria infanzia e degli inizi della sua attività artistica: -…«ho trascorso la mia infanzia giocando e fantasticando tra le rovine del vecchio castello; chiese dirute gotiche e barocche, edifici imponenti e vuoti, senza finestre, un tempo dimore di sovrani e poeti, guerrieri e vescovi, cripte buie piene di ombre suggestive e misteriose.
I grandi spazi chiusi da mura di cinta altissimi, la patina secolare sugli intonaci, le occhiaie vuote e nere delle finestre senza infissi, e un’atmosfera inquietante, hanno generato in me il senso per l’irreale, e per il fantastico.
I visitatori che frequentava il castello allora erano pochi, per lo più scrittori, poeti e pittori. Il contatto con loro e con la loro operami ha spinto verso la pittura, ma soltanto verso il 1950 ho iniziato a dipingere. Il mio interesse si diresse subito sulla vita dei pescatori; vecchi uomini di mare che, seduti la sera con le membra stanche sui muricciuoli del ponte, che collega il castello con l’Isola, immobili e taciturni, in attesa di qualcosa che non conoscevano, si abbandonavano, nell’ora del crepuscolo, alla contemplazione del mare, che appariva loro come una profondità malinconica a al tempo stesso familiare.
Questo ricordo coincide con quello di una Ischia frequentata soltanto da pochi visitatori e non ancora trasformata dall’odierno turismo di massa».
Alcuni pittori di fama, quali Werner Gilles o Eduardo Bargheer, hanno lungamente vissuto e lavorato sull’isola. Ma nonostante questi contatti con la cultura internazionale, ad Ischia non si è costituita una vera e propria scuola.
La vita dei pescatori, ultima sopravvivenza nel presente di epoche passate, ha esercitato sugli artisti dell’isola una influenza maggiore che non l’avanguardia dell’arte europea.
Fino alla soglia dei quarant’anni Mattera si è occupato soprattutto del paesaggio e della gente dell’isola. Al principio della sua attività artistica, cioè all’inizio degli anni Cinquanta, lo interessavano particolarmente la struttura architettonica del castello e la veduta d’insieme della cittadina di Ischia Ponte, da cui un ponte conduce al castello. Poi l’attenzione si concentra sempre di più sull’uomo, il pescatore, il suo ritratto e la sua attività .
In questi quadri si manifesta il rigoroso impadronirsi della superficie pittorica con grandiose composizioni, tratti energici (per esempio negli scafi), insolita integrazione dell’uomo nell’organismo compositivo del quadro. Parallelamente lo interessano i ritratti dei pescatori, delle loro donne, dei loro figli, o anche le nature morte con fiori secchi.
Ma verso la metà degli anni Settanta, quando Mattera ha circa 45 anni, subentra una svolta. Al posto del pescatore si afferma un tema fino ad allora presente solo marginalmente: la spiaggia, questa volta non più come attività del pescatore, bensì come confine tra cielo, acqua e terra, come duna rocciosa o luogo di bagni. La linea verticale delle cabine, quella orizzontale dell’orizzonte marino,ora con, ora senza figure umane, divengono il vero contenuto dei quadri. Negli anni successivi scompare gradualmente ogni riferimento puntuale ai luoghi e alle vicende di Ischia. Lo studio sulla luce sul problema di quale posto occupi l’uomo tra cielo, acqua e terra, rivelano la svolta dell’arte di Mattera dalla riproduzione dell’esterno alla riproduzione di un’atmosfera interiore, al ‘quadro concettuale’. La pittura si fa ricerca, visualizzazione di una filosofia esistenziale; mentre l’atmosfera si fa sempre più trasparente, l’esistenza dell’uomo perde in solidità . Corpi solitari stanno sdraiati o sospesi in spazi cromatici, come proiettati nel nulla, estremamente vulnerabili nella loro fisicità , nella loro indefinita posizione spaziale, effimera traccia nello spazio, che sempre più si evolve verso un unico, soffuso bagliore cromatico. Ela Caroli ha intitolato il suo testo su questi quadri «Nudi destini di caducità ». Infine anche l’uomo scompare dal quadro; solo alcuni oggetti, sedie a sdraio o capannoni da spiaggia improvvisati, ne segnalano ancora la presenza. Questa evoluzione pittoricamente sublimante e al tempo stesso filosofica prelude alle ‘tende’. Senza queste premesse si potrebbe fraintenderle.
In questo lavoro Viatliano Corbi ha descritto e interpretato le «tende» con efficacia e forza poetica. Il suo testo appartiene ad una considerevole serie di testi piuttosto brevi che sono stati scritti su Mattera. Nessuno di essi può sottrarsi alla poesia della vita e dell’itinerario artistico di Mattera. Quasi tutti parlano del castello e dell’isola e delle impressioni soggettive nelle visite a Mattera.
Ma nelle ‘tende’ l’arte di Mattera perviene ad una maturità che non ha più bisogno di tali supporti narrativi. Nel panorama dei miei incontri con l’arte degli anni Ottanta i quadri di Mattera occupano un posto di assoluto rilievo. Dinanzi alla sua arte pittorica la stimolante cornice dell’isola, del castello e dell’atelier di Mattera si riduce ad aneddotica irrilevante.
A partire da un interesse autodidattico per i pittori che Mattera ha conosciuto ad Ischia in gioventù, e che si adoperavano con mezzi espressionistici a mostrare come la pittura non sia la semplice riproduzione di un motivo visibile, egli è venuto elaborando, attraverso una continua ricerca dell’essenza della pittura, significative opere d’arte. I panni stesi e abbandonati gli servono da pretesto. Su di essi si dispiega tutta la pienezza e la bellezza della pittura ad olio. Le atmosfere soffuse dei ‘bagnanti’ vengono ora, a partire dalla fine del 1986, sempre più riempite di vitalità : la ricchezza delle armonie cromatiche è pressoché illimitata. Per lo più armonie rossoblu dominano sul giallo e sul verde; il nero compare non di rado, per così dire come ultima istanza dell’oscurità ; un ruolo del tutto particolare svolge il bianco che domina su tutto un gruppo di quadri radiosamente chiari. La luce si frange nella pittura delle tende come nel prisma o nell’atmosfera.
Come i relitti i pali alludono al ‘sostegno’ e la tenda al ‘peso’. Sostegni e peso di queste ‘tende’ esposte al vento, svolazzanti e scompigliate sono il principio dell’architettura umana, di cui la forma più nobile, il tempio greco e romano, è sopravvissuto nel Sud Italia in esempi superbi. Se il tedesco Anselm Kiefer fa putrefare il Walhalle wagneriano, antri e santuari sotto un’indicibile sporcizia, evocandone così ancor più chiaramente la presenza, l’italiano Mattera ci presenta con le ‘tende’ le ultime dimore assolutamente ‘estemporanee’, fatte di pali su cui poggia un tetto. Come Kiefer anche in Mattera lo spazio pittorico appare privo della presenza umana. Tutto è solo pittura, colore, con accenni sempre più deboli al motivo-tenda.
Eppure Mattera continua a cimentarsi con la raffigurazione dell’uomo. Dopo alcuni tentativi di integrare nuovamente nei quadri dei nudi che cercano riparo nelle ‘tende’, Mattera ha trovato nella sua pittura un mezzo per suggerire la presenza dell’uomo nella sua estrema e nuda esistenza, come allusione o ricordo: sia che le ‘tende’ sembrino torsi o persino di carne e d’ossa, sia che le loro pieghe – ancora un richiamo al motivo classico del drappeggio – suscitino d’un tratto l’idea della presenza di un uomo o di una coppia. Così Mattera pone, con mezzi puramente pittorici, senza tratti figurativi, né tanto meno letterari, l’interrogativo sull’uomo. Diversamente dalla pittura non-figurativa degli anni Cinquanta, in cui si ricercava la purezza dello spazio e dei colori, come anche della dissoluzione, della scomparsa dell’uomo, che lascia dietro soltanto involucri vuoti nello sfacelo di spazi desolati.
Sebbene con questa tematica domini malinconia sulle ‘tende’, esse sono di sorprendente e irresistibile bellezza. In esse trova esemplificazione ciò che Mattera ha annotato di una frase di John Dewey sul retro di una sua ‘tende’: «La spontaneità dell’opera d’arte non è lo sfogo di un impulso, ma la felicità espressiva di un atto cosciente». È la stessa felicità che Poussin può aver provato nel raffigurare la presenza della morte in «Et in Arcadia ego» con una superba e solare pienezza di colori e di vita. Le ‘tende di Mattera sono quadri del tempo della fine, ma sono di una bellezza davvero accattivante.
Molte delle tende recano un titolo che esprime un paragone, un’allegoria:«Come una fetta di luna in una notte d’inverno», «Come un trofeo abbandonato», «Come le spoglie di una tenda». Così Mattera arricchisce ulteriormente le complesse suggestioni prodotte dai suoi quadri. Se le ‘tende’ non significano semplicemente teli da bagno stesi, tanto meno il discorso si limita alle spoglie vuote e abbandonate dell’uomo scomparso. Le associazioni e i riflessi che il linguaggio pittorico suggerisce conducono ad ulteriori contenuti dei quadri. Essi non propagandano un’unica ‘realtà ’, o l’unica ‘realtà ’ valida. Del resto tutto è sempre una metafora o un’allusione a qualcos’altro. «Il paesaggio sulla tenda» raffigura il paesaggio sulla tenda nel paesaggio, la tenda stessa si fa paesaggio, entrambi i paesaggi sono resi astratti e così a loro volta metafora di un paesaggio complessivo, forse l’intervallo della vita, che poi altro non è che la proiezione del senso e della coscienza della vita del pittore: ciò che a noi intuitivamente piace chiamare ‘universalità ’. Le ‘tende’ di Mattera sono una metafora pittorica della relatività di tutti i valori. Come il castello può diventare nudo involucro protettivo, così gli oggetti diventano spazi oggetti, l’esistenza materiale dell’uomo si trasforma in intuizione di una presenza spirituale, la materia si dissolve e il cielo si fa materia, la dissoluzione totale di tutte le cose non è altro che il puro lavoro del pittore col pennello e il colore.