Gabriele Mattera . Tende

Istituto Poligrafico d’arte classica e contemporanea, Spazio arte, Roma

26/05/1994 - 08/06/1994


mostra gallery testi critici catalogo

Gabriele Mattera. Una metafora esistenziale

Elena Pontiggia

luned́ 18 aprile 1994

Gabriele Mattera. Una metafora esistenziale

 

Ho conosciuto Gabriele Mattera lo scorso anno, nella cornice suggestiva (dire suggestiva è poco) del Castello Aragonese di Ischia: il castello che lui, con tutto l’idealismo e la visionarietà necessari, si era da tempo preoccupato di restaurare, anzi di curare, di render vivo.

Chi visitava e visita quel castello non può non rendersi conto che non si tratta di un monumento, ma di un’opera: un’opera concettuale. Riportare tutta la storia (dai luoghi rinascimentali a quelli barocchi alla lapide del primo dopoguerra, dalle bellezze artistiche a quelle naturali, sempre con la stessa attenzione per il passato, senza la pretesa di giudicare i secoli con il doppio decimetro dell’oggi), vivacizzarne le potenzialità, difenderne i significati, non si può non considerare un’opera, nel senso duchampiano del termine. E, per fortuna, senza lo stesso nichilismo dissacratorio.

Ma continuando nella visita ho dovuto accorgermi che Mattera non era solo un”artista concettuale”. Era anche un pittore.

La sua formazione del resto  era già avvenuta negli anni Cinquanta, nell’ambito di un realismo di ascendenza espressionista, quando aveva cominciato a dipingere paesaggi. Era venuta poi la serie dei “Pescatori”. Erano, queste, figure smarrite, sopraffatte dal colore, lontane dalla retorica populista quanto dall’ascetismo formale.

Intorno agli anni Settanta il tema dei “Pescatori” aveva lasciato luogo a quello delle”Bagnanti”. Ma si trattava, in realtà di uno stesso ordine di idee. Le “Bagnanti” di Mattera non erano quelle ottocentesche, che esprimevano il sogno di una comunione totale con la natura, la felicità di una vita senza totem e tabù. Qui le “Bagnanti” erano figure accedenti, ma allo stesso tempo esili, immerse nello spazio e come disorientate dalla sua vastità. Potevano essere vicine, ma non erano mai in gruppo, e finivano per esprimere un sentimento di solitudine, di silenzioso straniamento.

A ben pensarci le “Bagnanti” non sono diverse dalle “Tende”, che costituiscono il ciclo tematico più recente a cui si è dedicato il pittore.

Mi spiego meglio. Anche le tende, così come le interpreta e le sente Mattera, sono un lembo di tessuto immerso nella natura, nello spazio e nella luce: un lembo di geometria che tende faticosamente a ergersi diritta nello spazio e non riesca.. E dunque è costretta a piegarsi, a scuotersi e a farsi scuotere.

Certo, le differenze sono evidenti. La figura si è trasformata ora in figuralità, in una parvenza più vaga e sfuggente: una semplice superficie di colore. Il realismo ha lasciato il posto ad un linguaggio informale che dialoga con il neo-espressionismo degli anni Ottanta. La forma occupata, anzi invade, la tela e finisce per coincidere con lo spazio. La “tenda”, allora, può diventare vegetazione e paesaggio, apparizione e metamorfosi.

Quello che cambia è il senso di questa immagine (figura o forma che sia).

È una specie di Velo di Maja, di apparenza vibratile e leggera. E nello stesso tempo è una barriera, una sorta di muretto leopardiano oltre il quale si presagisce l’infinito. Ma soprattutto prevale in questo tessuto allucinato, in questo tabernacolo naturale, laico e sacro, una metamorfosi dell’esistere.

Come le “Bagnanti”, anche questi “schermi vegetali” (come dice un titolo dello stesso Mattera) cercano la luce e si affidano alla luce. Non si tratta di una ricerca ansiosa e dolorosa che qui, nelle “tende”, è espressa, e per così dire somatizzata, dall’agitazione dei segni, dall’incertezza dei perimetri, dall’irregolarità del disegno, dalla debolezza stessa dell’architettura.

Quella di Mattera è una vocazione drammatica, appena temperata (o medicata) da un sentimento vitalistico. Che dipinga figure o cose, allora non importa. Il sentimento che le accomuna è sempre lo stesso.

Non si tratta di sostenere, come i futuristi, che il dolore di una lampadina elettrica sia interessante quanto quello di un uomo. Il fatto è che in queste tende solitarie e nomadi, vulnerabili eppure orgogliose, si rivela una metafora dell’uomo: una metafora del suo esistere nomade, nell’infinito dello spazio.

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