Espressionista, nomade e umana misura del cosmo è la «Tenda» nella pittura di Gabriele Mattera
Come strumento d’arte, nel mondo antico, la tenda ci riporta alle origini del teatro. I Greci la chiamavano skēnē la innalzavano di fronte agli spettatori, all’aperto, per consentire all’attore, o agli attori, di ritirarvisi negli intervalli e cambiare il costume o la maschera. Quasi uno schermo cinematografico del tempo non è poi tanto diverso. E nel cielo dei dipinti di Gabriele Mattera la “tenda”, come sappiamo, è il fulcro della sua poetica: una “tenda-scena-schermo” quasi sempre vuota e deserta, a rappresentare essa stessa il dramma dell’esistenza, i pensieri e le emozioni dell’artista nel rapporto strettissimo tra uomo e natura, uomo e Creato, formulati con lirica astrazione e forte colore espressionista. Un espressionismo, a mio avviso, non deformante, cupo, spesso violento, come nella tradizione storica del “Die Brücke”, ma teso ad ottenere, piuttosto, una vibrante rappresentazione della realtà psichica che di volta in volta la “tenda” suggerisce all’artista. Ecco quindi come la skēnē diventa Trofeo, 1986-87; oppure diventa Come una medusa , nel 1986-87, o ancora un Segnale di confine, 1987. Qui infatti il “velario”, sostenuto da rudimentale tralicci, si pone come il protagonista metaforico del campo pittorico di Mattera che, su questa “scena” proietta i suoi vivissimi colori, con un segno ritmico, agitato e ventoso, che nasce dall’osservazione e dall’ascolto della natura nel suo aspetto primario. Altre volte la “tenda” assume addirittura una magica valenza in Come un fiore sacro, *** Se poi dai grandi dipinti ad olio Mattera passa a delicati acquerelli, il medesimo lirismo naturalistico viene parimenti esaltato dalle trasparenze del colore lavato e colato con effetti di luci che dall’interno illuminano la “tenda-scena”, così come il sole mattutino attraverso le ali delle farfalle ne rivela tutta la nascosta bellezza. La “tenda”, perciò, in questa splendida serie di opere su carta, subisce un’ulteriore e poetica metamorfosi, e tramite Gabriele, può diventare farfalla, con un richiamo ancora una volta all’antico, ovvero a quel tipo di tenda che i latini chiamavano papilio, perché aveva i lembi anteriori ripiegati lateralmente, simulando appunto una farfalla con la ali spiegate. Si vedano in tal senso i radiosi acquerelli, eloquenti persino nei titoli: Trasparenze di primavera, 1988, Sulla collina, 1988, Nella luce del mattino, 1989. Così Mattera crea delle nuove specie, rifà la natura secondo la sua immaginazione, attesta il suo universo pittorico dislocando continuamente il simbolo del suo nomadismo creativo che coincide poi con il simbolismo funzionale dell’umano nomadismo: la tenda nella natura, da lui assunta a unità di misura del mondo.